L’incontro su federalismo tenuto il 05.05.2011 presso la Sala Polivalente della Casa di Riposo di Motta di Liv. è stato partecipato e interessante per i contenuti.
Riportiamo di seguito una sintesi , realizzata dall’Ing. Carlo Pesce, dell’intervento di Stefano Bruno Galli.
La creazione di uno stato unitario è stato un evento positivo, ma l'Italia avrebbe dovuto assumere una struttura federalista, perché oggi il nord paga le spese dell'arretratezza del sud. Ne è convinto Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Milano, collaboratore de "Il Giornale", titolare di una rubrica su Telepadania in cui spiega al popolo padano i pro e i contro del Risorgimento. "Nel Risorgimento c'è stato uno slancio etico e civile che bisogna riconoscere. Inoltre la creazione di uno stato è un elemento di modernità importante, peccato però che quel processo sia rimasto incompiuto" spiega Galli. Secondo lo storico lombardo oggi a pagare le conseguenze di quell'unificazione di stati così diversi, retta su un centralismo amministrativo e burocratico, è soprattutto il nord: "Oggi il Piemonte, la Lombardia e il Veneto erogano ogni anno 53 miliardi di euro per le altre regioni. La storia di questo Paese è la storia di una frattura tra nord e sud, e i tentativi messi in atto dallo stato per creare una nazione si sono sempre scontrati con forme di regionalismo molto forti. Per questo l'unica soluzione è il federalismo". Il professor Galli non nega che il processo unitario abbia comportato dei costi pesanti per il Meridione e che la questione meridionale affondi le sue radici proprio allora. Bastava però, secondo lo storico, all'indomani dell'unificazione, pensare ad un'Italia basata su un federalismo aggregativo per evitare fratture: "La struttura geopolitica dei sette stati preunitari si prestava perfettamente a una soluzione della questione italiana su base confederale, cioè con più stati autonomi indipendenti, ognuno con propri governi, che si potevano mettere insieme con accordi di politica estera". La frattura tra nord e sud nata 150 anni fa secondo Galli è diventata sempre più profonda a causa delle politiche assistenziali verso il Meridione, che non hanno mai generato sviluppo ma solo clientelismo: "Fino agli anni '80 la questione meridionale era una questione nazionale, unificante per il Paese, una scommessa da vincere. - spiega - Dai primi anni '90, quando il debito pubblico è andato oltre il 100 per cento del Pil, i governi hanno inasprito la pressione fiscale, gravando prevalentemente sulle spalle del nord, spaccando definitivamente in due il Paese". Oggi, secondo Galli, le celebrazioni dell'Unità non sembrano avere un fondamento reale, perché non c'è un'idea condivisa di Paese. Lo storico di area leghista ricorda che nel 1911, quando si celebrò il cinquantenario, in Italia nasceva la grande industria e si stava organizzando un nuovo sistema economico e produttivo, mentre nel 1961, 100 anni dopo l'unificazione, si celebrò il miracolo economico di un Paese che era rinato dopo essere uscito devastato dalla guerra. "Oggi su quale idea forte puntiamo le celebrazioni? - si chiede Galli - Abbiamo una disoccupazione all'8,3%, che arriva al 30% per le persone sotto i 18 anni, c'è un debito pubblico di 1850 miliardi e manca la stabilità del sistema politico. Non c'è un'idea forte sulla quale costruire le celebrazioni, perché non c'è un'idea di Paese condivisa, non c'è una traiettoria. Solo l'idea di un Paese federale potrebbe essere una ragione forte per ripartire".
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