mercoledì 24 settembre 2008

Catania ad un passo dal fallimento

Sospeso il capo del personale che ha premiato i dirigenti
Vigili a piedi e vie al buio Catania sull'orlo del crac
Sperperi e organici gonfiati.
Il sindaco si appella al premier

L'elefantino simbolo di Catania è salvo: una mano pietosa ha rimosso l'asta su eBay («Causa dissesto finanziario vendesi statua raffigurante un elefante conosciuta come U Liotru») indetta da un feroce burlone. Resta da salvare Catania. Il che, al momento, appare più complicato. Basti dire che i cittadini risultano avere un debito municipale di 3.379 euro a testa. Pari quasi a quello dei tarantini, il cui Comune è sprofondato nell'abisso umiliante del dissesto finanziario. Abisso che i catanesi vedono ormai prossimo. Di giorno, s'intende. Di notte, infatti, non vedono più niente: stufa di aspettare il pagamento delle bollette, l'Enel ha tagliato la luce a larga parte dei lampioni cittadini. Anche e soprattutto nei quartieri a rischio. Al punto che La Sicilia, qualche settimana fa, è arrivata a esultare amara per il ritorno dell'illuminazione il giorno della festa della patrona: «Sant'Agata “riaccende” Catania / Ma subito dopo è tornato il buio». «Chi di munnizza ferisce di munnizza perisce», sospirava venerdì sera qualche passante in piazza Duomo, davanti ai cassonetti di spazzatura rovesciati in mezzo al salotto buono della città dai dipendenti di una delle cooperative di netturbini senza stipendio da un mese. E questo è il tema al quale si aggrappano i cittadini etnei: possibile che Silvio Berlusconi, dopo aver fatto un figurone rimuovendo la spazzatura nelle strade di Napoli, si esponga davvero al rischio che proprio Catania, cioè la città dove nella primavera 2005 la destra riuscì ad arroccarsi e a resistere dopo una serie di vittorie della sinistra che sembrava inarrestabile, sia sommersa dai rifiuti e travolta dalle proteste di piazza? Possibile che non riesca a fare un miracolo per salvare dalla catastrofe il municipio governato dall'aprile del 2000 e fino a tre mesi fa proprio dal suo medico di fiducia, Umberto Scapagnini? «E che c'entro io? — è sbottato ieri con Il giornale di Sicilia l'ex sindaco, famoso anche per le sue fortune galanti, presentandosi alla riunione convocata dal suo successore con tutti i parlamentari cittadini —. La situazione era già grave prima e noi siamo stati martirizzati dal governo di centrosinistra che ci faceva arrivare in ritardo i finanziamenti. Colpa loro e della Sovrintendenza, che ha impedito che vendessimo degli immobili che ci avrebbero permesso di tenere i conti in ordine ». Dunque? «Dunque sono d'accordo: facciamo una commissione d'inchiesta e vediamo ». Un rapporto della Corte dei Conti, datato a giugno nei giorni delle dimissioni di quello che la sinistra ha ribattezzato per l'effervescenza «Sciampagnini », offre una versione diversa. E denuncia «gravi irregolarità », «carente attendibilità delle scritture contabili », «indeterminatezza delle risorse », «insufficienza delle risorse destinate al bilancio 2003»... E così via. Fino a precisare che la Sovrintendenza, a proposito di quegli immobili che il Municipio voleva vendere per tappare un po' di buchi (resta indimenticabile il dirottamento alle casse catanesi di soldi tolti dai fondi dell'8 per mille per pagare tra l'altro i ballerini brasiliani che avevano danzato sotto l'Etna per la gioia di Surama De Castro, la bella carioca che allietava il primo cittadino) aveva verificato la loro «appartenenza al patrimonio indisponibile». Di più, bacchettavano i magistrati contabili: la situazione già a giugno appariva «fortemente compromessa » per la «mancata tempestiva soluzione dei gravi problemi manifestatisi ben prima del 2003». Quando al governo, per capirci, non c'era la sinistra ma la destra. In una recentissima lettera a Berlusconi, Raffaele Stancanelli, il sindaco che proviene da An, chiede aiuto per «la difficilissima e gravissima situazione in cui versa il Comune di Catania per l'enorme situazione debitoria che ho ereditato e che ammonta a euro 357.000.000 a cui va aggiunto l'indebitamento complessivo delle società partecipate pari, al 31/12/2007, a euro 100.511.475; ed in queste somme non è compreso il debito residuo». Il quale, come si legge in una relazione della Ragioneria Generale alla Corte dei Conti, firmata mercoledì dallo stesso sindaco, aggrava il buco di altri 549.709.272 euro. Totale: oltre un miliardo e sette milioni di euro. Pari, appunto, a quei 3.379 euro di «rosso» pro capite di cui dicevamo. Quasi seicento (dati Standard & Poor's) più di ogni milanese, quasi mille più di ogni romano. «Dalle fredde cifre che ho elencato si evince una situazione che pesa come un macigno sulla città», scrive Stancanelli. E si sfoga: «Un'Amministrazione che non riesca a soddisfare i tanti fornitori che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro (con inevitabili ricadute sulla stessa vivibilità, con mezza città al buio, strade dissestate, servizi sociali allo sbando, notevoli ritardi nei pagamenti degli stipendi, scuole sfrattate per morosità, etc. etc.) non può aspirare ad alcun futuro». Gli esempi del progressivo degrado, sotto l'occhio di Francesco Bruno che fa insieme il ragioniere generale del Comune e della Provincia fino a ieri governata dal potente Raffaele Lombardo, non si contano. Vigili urbani che per motivi elettorali sono stati via via promossi in massa col risultato che oggi su 540 poliziotti municipali solo 5 sono vigili semplici e 535 ispettori i quali, sia pur carichi di onori, devono uscire in strada il meno possibile perché spesso mancano i soldi per la benzina. Organici gonfiati a dismisura tanto che oggi, dopo la sistemazione di altri duecento Lsu per l'80% stipendiati dalla Regione e presi in carico nonostante mancasse la copertura finanziaria, c'è un dipendente comunale ogni 72 catanesi. Stipendi distribuiti facendo i salti mortali o non distribuiti affatto, come quelli dei tre revisori dei conti ai quali il Municipio (così imparano a volere mettere il naso...) non solo ha tolto l'ufficio ma ha smesso di pagare il dovuto. Due milioni di premi di produzione (il responsabile del personale è stato sospeso solo ieri) distribuiti ai funzionari per i «brillanti» risultati. Consulenze strampalate come quella da 24 mila euro data («consulente per lo sviluppo industriale ») a una sventola ventenne nota per essere stata Miss Eritrea. Per non dire delle municipalizzate. Lo scrive, nel suo sfogo a Berlusconi, lo stesso sindaco: «Con quale autorevolezza si potrà intervenire drasticamente sulle società partecipate, vera piaga non solo del bilancio, sol che si consideri come l'energia, fattore di ricchezza e di guadagno in tutto il mondo, sia diventata a Catania causa di dissesto economico e di diffuso clientelismo?» L'ultimo bilancio consuntivo dell'Amt, l'azienda municipale dei trasporti, si riassume in poche cifre: tre milioni di viaggiatori (il 10%) persi in un anno, una vendita di biglietti che non arriva a coprire neppure un quinto dei costi (oltre un terzo, a Milano), un buco salito nei soli ultimi cinque anni a quasi 83 milioni di euro. Vale a dire 83 mila euro per ogni dipendente. Insomma: un disastro tale che perfino Enzo Bianco, cioè l'uomo che aveva sfidato la destra alle comunali del 2005 e che dell'amministrazione di «Sciampagnini» pensa il peggio del peggio, si è spinto a scrivere a Tremonti pregandolo, al di là delle responsabilità del dissesto che devono essere accertate, di «adoperarsi, in quanto titolare del dicastero azionista di riferimento della Cassa Depositi e Prestiti, affinché questa possa dare una riposta positiva alla richiesta di dilazione dei mutui». Quanto sia profondo il precipizio spalancato davanti, del resto, lo ammette lo stesso sindaco Stancanelli (confortato da Berlusconi con parole rassicuranti) che nella missiva alla Corte dei Conti di mercoledì, dopo essersi lamentato di come il ministero dell'Economia abbia liquidato la sua richiesta di un via libera sul piano di risanamento dicendo di «non essere l'autorità deputata ad esprimere pareri» e dopo aver criticato la durezza dell'Istat che quel piano gli ha bocciato, paventa che Catania precipiti entro settembre «in uno stato di dissesto ineludibile ». Una crisi, scusate la battuta, al buio.
Gian Antonio Stella
20 settembre 2008
fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_s...4f02aabc.shtml

sabato 20 settembre 2008

Federalismo fiscale

Documento esplicativo a cura del Gruppo Regionale Veneto Lega Nord
SCHEMA DDL FEDERALISMO FISCALE – 11 SETTEMBRE 2008

Dossier del 13 settembre 2008

Federalismo fiscale
Presentazione
Il governo, nella riunione del consiglio dei Ministri dell'11 settembre scorso, ha approvato in via preliminare il disegno di legge delega sul federalismo fiscale dando così attuazione all’articolo 119 della Costituzione, che sancisce autonomia di entrata e di spesa di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni nel rispetto dei principi di solidarietà e di coesione sociale.
L’obiettivo è quello di sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica con i parametri della spesa standard, così da garantire massima responsabilizzazione, effettività e trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti.
L'obiettivo di coniugare efficienza, responsabilizzazione e solidarietà è stato raggiunto - ha dichiarato il ministro per la semplificazione normativa Calderoli nel corso della conferenza stampa che si è tenuta al termine del consiglio dei Ministri. Poichè - ha aggiunto - il testo approvato è stato messo a punto con il concorso di tutti, rappresentanti di forze politiche ma anche istituzionali di comuni, province e regioni. Con questo provvedimento - ha infine affermato il ministro - vengono garantiti i diritti costituzionali in tutto il territorio nazionale.
I tempi di attuazione del federalismo:- il 18 settembre prossimo il provvedimento verrà discusso ufficialmente in conferenza unificata per poi tornare in consiglio dei Ministri, probabilmente in coincidenza con il varo della finanziaria, per l'approvazione definitiva;- esame parlamentare del disegno di legge;- la delega contenuta nel provvedimento, concede al Governo ventiquattro mesi (dall'entrata in vigore della legge), per varare uno o più decreti legislativi attuativi. Altri due anni sono concessi per interventi integrativi e correttivi;- un altro periodo transitorio è previsto per il passaggio dalla spesa storica a quella standard. - entro trenta giorni dall'entrata in vigore della legge, è istituita, presso il Ministero dell’economia e delle finanze, una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale composta da un numero eguale di rappresentanti tecnici per ciascun livello di governo, al fine di acquisire ed elaborare elementi conoscitivi per la predisposizione dei contenuti dei decreti legislativi.- I decreti legislativi prevedono l’istituzione, nell’ambito della Conferenza Unificata della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica come organismo stabile di coordinamento della finanza pubblica, di cui fanno parte i rappresentanti dei diversi livelli istituzionali.
L’attuazione del federalismo fiscale deve essere compatibile con gli impegni finanziari assunti con il patto europeo di stabilità e crescita. Di conseguenza, i decreti legislativi individuano meccanismi idonei ad assicurare: a) le maggiori risorse finanziarie rese disponibili a seguito della riduzione delle spese determinino una riduzione della pressione fiscale dei diversi livelli di governo; b) vi sia la coerenza tra il riordino e la riallocazione delle funzioni e la dotazione delle risorse umane e finanziarie, con il vincolo assoluto che al trasferimento delle funzioni corrisponda un trasferimento del personale tale da evitare ogni duplicazione di funzioni.

Federalismo fiscale
Principi e criteri per l'attuazione del federalismo fiscale
autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo
attribuzione di risorse autonome alle Regioni e agli enti locali, secondo il principio di territorialità; superamento graduale del criterio della spesa storica a favore: 1) del fabbisogno standard per il finanziamento dei livelli essenziali e delle funzioni fondamentali;2) della perequazione della capacità fiscale per le altre funzioni;
rispetto della ripartizione delle competenze legislative fra Stato e Regioni sul coordinamento finanza pubblica e sistema tributario;
esclusione doppia imposizione sulla medesima base imponibile, salvo le addizionali previste dalla legge statale;
tendenziale correlazione tra prelievo fiscale e beneficio, in modo da favorire corrispondenza tra responsabilità finanziaria e amministrativa; continenza e responsabilità nell’imposizione di tributi propri;
previsione che la legge regionale possa, con riguardo alle basi imponibili non assoggettate ad imposizione da parte dello Stato: 1. istituire tributi regionali e locali; 2. determinare le variazioni delle aliquote o le agevolazioni che Comuni, Province e Città metropolitane possono applicare nell’esercizio della propria autonomia;
facoltà delle Regioni di istituire a favore degli enti locali compartecipazioni al gettito dei tributi e delle compartecipazioni regionali;
esclusione di interventi sulle basi imponibili e sulle aliquote dei tributi che non siano del proprio livello di governo e, in ogni caso, impossibilità di dedurre gli oneri fiscali tra tributi, anche se appartenenti a diverse categorie, i cui proventi non siano devoluti al medesimo livello di governo;
previsione di strumenti e meccanismi di accertamento e di riscossione che assicurino modalità di accreditamento diretto del riscosso agli enti titolari del tributo;
definizione di modalità che assicurino a ciascun soggetto titolare del tributo l’accesso diretto alle anagrafi e a ogni altra banca dati utile alle attività di gestione tributaria;
premialità dei comportamenti virtuosi ed efficienti nell’esercizio della potestà tributaria, nella gestione finanziaria ed economica e previsione di meccanismi sanzionatori per gli enti che non rispettano gli equilibri economico – finanziari o non assicurano i livelli essenziali delle prestazioni;
garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale nella costituzione di un paniere di tributi e compartecipazioni, da attribuire alle Regioni e agli enti locali, la cui composizione sia rappresentata in misura rilevante da tributi manovrabili;
flessibilità fiscale articolata su più tributi con una base imponibile stabile e distribuita in modo tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale, tale da consentire a tutte le Regioni ed enti locali, comprese quelle a più basso potenziale fiscale, di finanziare, attivando le proprie potenzialità, il livello di spesa non riconducibile ai livelli essenziali delle prestazioni e alle funzioni fondamentali degli enti locali;
semplificazione del sistema tributario, coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali nell’attività di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale;
lealtà istituzionale fra tutti i livelli di governo e concorso di tutte le amministrazioni pubbliche al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica nazionale in coerenza con i vincoli posti dall’Unione europea e dai trattati internazionali;
trasparenza ed efficienza delle decisioni di entrata e di spesa;
razionalità e coerenza dei singoli tributi e del sistema tributario nel suo complesso;
riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata di Regioni ed enti locali e corrispondente riduzione delle risorse statali umane e strumentali;
definizione di una disciplina dei tributi locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale;
territorialità dell’imposta, neutralità dell’imposizione, divieto di esportazione delle imposte;
tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e autonomia di gestione delle proprie risorse umane e strumentali da parte del settore pubblico, anche in relazione ai profili contrattuali di rispettiva competenza.

Federalismo fiscale
Art. 119 Costituzione
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio. La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all'indebitamento solo per finanziare spese di investimento. E' esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.

mercoledì 17 settembre 2008

A proposito di federalismo : intervento del 08.09.08

Oggetto : proposta di assegnare ai Comuni il 20% dell’Irpef pagata dai cittadini del comune presentata dai Consiglieri del PDl e sostenuta anche dai Consiglieri del PD.

Il federalismo è “la teorica della libertà, l’una possibil teorica della libertà”. Questa è la definizione, originale e icastica, che ne dà Cattaneo, scrivendo a Lodovico Frappolli nel novembre del 1851. “Io non ho sperato mai nella nuda unità – scriverà ancora Cattaneo nel 1860 -- : per me la sola possibil forma d’unità tra liberi popoli è un patto federale. Il potere debb’esser limitato, e non può esser limitato se non dal potere”. Già nella prima metà dell’800, in aperta polemica con il programma degli “unitari” (di cui rimane esponente più convinto e coerente Mazzini, sostenitore dell’esigenza di dar vita a un’Italia “unita, indipendente, libera e repubblicana”), non erano mancate precise proposte di tipo “federale”, o meglio “confederale”: da una parte, per esempio, con Vincenzo Gioberti e il suo progetto di “neoguelfismo”, che immaginava di poter mettere il Papa Pio IX alla testa di una confederazione degli Stati italiani; dall’altra, con Cesare Balbo, o Luigi Torelli, o Massimo Durando, che volevano raggiungere l’indipendenza attraverso un federalismo nazionale moderato, di cui la monarchia avrebbe dovuto costituire l’elemento aggregante e unificatore. Cattaneo – che ha sempre saputo sottrarsi ai condizionamenti, spesso meschini, delle scelte politiche contingenti – non solo ritiene, molto realisticamente, che prima di tutto “uno Stato è una gente e una terra” ma rivela una notevole capacità di cogliere i pericoli insiti in ogni sistema statale di tipo unitario, perché avverte che l’unità finisce spesso per condurre all’accentramento governativo e al prevalere di “caste” burocratiche: con la conseguenza di soffocare i benefici effetti delle autonomie locali, di impedire il soffio vivificatore della libera iniziativa, e di mettere capo, il più delle volte, a un unico potere autoritario. “Quando i mazziniani fanno evviva all’unità – scriveva a Mauro Macchi sul finire del 1856 – bisogna rispondere facendo evviva agli Stati Uniti d’Italia”; e specificava, ricorrendo a un’esperienza concreta, che “in questa formula, la sola che sia compatibile colla libertà e coll’Italia, vi è la teoria e vi è la pratica: tutte le questioni possibili vi stanno già sciolte con un gigantesco esempio, di cui la Svizzera offre il compendio ad uso interno di qualsiasi provincia italiana che voglia avere in seno la pace e la libertà”. In un altro passo, ormai ben noto, dell’Insurrezione di Milano, Cattaneo, guardando al futuro, sembra prevedere con sorprendente lucidità quanto sarebbe accaduto durante il corso storico del XX secolo: “il principio della nazionalità provocato, ingigantito dalla stessa oppressione militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti imperi dell’Europa orientale e li frantumerà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo gli Stati Uniti d’Europa”. Non solo: legato allo stesso criterio informatore, che non rinuncia a sostenere il libero sviluppo di tutti i gruppi associati, ecco l’altro invito verso un più equilibrato e pacifico assetto internazionale, che chiude le successive “Considerazioni” del secondo volume dell’Archivio Triennale: “è tempo che le discordi tradizioni delle genti si costringano ad un patto di mutua tolleranza e di rispetto e d’amistà, si sottomettano tutte al codice di una giustizia, e alla luce d’una dottrina veramente universale”.
Tratto da : CARLO CATTANEO- Il federalismo come “teorica della liberta” - di Arturo Colombo


Il federalismo ha quindi padri nobili che hanno saputo vedere con chiarezza che cosa avrebbe potuto succedere ed è successo con uno stato unitario centralista. Piccoli uomini della nostra politica nazionale dal 1985 al 2000 di fronte alla riscoperta del Federalismo da parte della Lega hanno agitato, spesso con cinismo e con l’ottusa meschinità di chi difende propri privilegi , l’icona dell’unità nazionale messa in pericolo dall’egoismo di alcuni . Una cultura dominante elitaria e tendenzialmente di sinistra accusava di ignoranza e rozzezza gli esponenti della Lega che costatavano il degrado dello stato così come organizzato e che proponevano il federalismo quale alternativa organizzativa. Non di meno una certa cultura di destra si dimostrava insofferente nei confronti del federalismo in quanto si trattava di traslare una parte del potere al territorio e ciò mal si conciliava e forse intimamente ancora si concilia con una visione di uno stato autoritario. Ma i popoli Padani del Nord in questi anni, nonostante l’ostracismo dei mezzi di informazione ha dimostrato di saper capire. Allora ecco che per non perdere i voti l’ostracismo al Federalismo diventa distinguo, diventa “si ma pero”, entra nei programmi dell’Ulivo, di forza Italia e di Alleanza Nazionale. Detti partiti si inventano formule del tipo “federalismo solidale, autonomia al limite del federalismo ecc… e questo nel tentativo di ridimensionare e contenere il “ pericolo Lega” . Le ultime elezioni hanno dimostrato invece che molti al Nord sanno distinguere tra le proposte fatte più per opportunità e bisogno di consenso che per convinzione e la proposta invece convinta e originale che per anni , spesso sola, ha portato e sta portando avanti la Lega. Cari amici del PDL, con l’ordine del giorno proposto Voi, dimenticando di essere al governo, fate una proposta che dovreste indirizzare, prima, ai rappresentati parlamentari per i quali vi siete spesi e che sono competenti in materia. Sono sicuro che sapete cosa direbbero nel merito i parlamentari del Pdl che vi rappresentano. Se fossero tutti del vostro parere non hanno, del resto, che da approvare la vostra proposta in parlamento. A mio parere voi, consiglieri del PDL, state giocando con carte truccate e, come si può intuire dalla premessa e spiegherò più avanti, anche modeste. Ai consiglieri del PD ricordo che il governo Prodi ha tolto ai Comuni l’Ici sulle case rurali, non solo ma ne ha tolta molta di più di quella che andranno effettivamente ad incassare ( 609 milioni contro 200 stimati) generando un buco di circa 400 milioni di Euro, altro che tesoretto. Ricordo ancora che la riforma costituzionale in senso federalista è stata bocciata grazie alla vostra sistematica disinformazione e che alcune proposte che vengono fatte ora dal PD riprendono per buona parte quanto è stato bocciato nel 2006. La riforma in ogni caso sarebbe entrata in vigore dopo dieci anni e c’era tutto il tempo per fare aggiustamenti . Nei due anni di governo cosa avete poi fatto. La verità è che fino ad ora avete dimostrato a livello nazionale di saper sfasciare più che costruire. Entrando nel merito della proposta come cittadino se credessi a Babbo Natale sarei contento. Ma ragionando, supponendo che la Vostra proposta diventi legge, arrivo a questa conclusione: il Comune di Motta riceverà di più e poiché nessun altro comune in Italia vorrà ricevere di meno, lo Stato che già è in deficit dovrà incassare di più, per incassare di più dovrà aumentare l’imposizione, in atri termini io dovrò pagare più tasse. Consideriamo poi il contesto in cui ci stiamo vivendo ben descritto da Angelo Pavan che cito testualmente: “ … quando la certezza per gli enti locali non c’è mai, quando si cambiano le disposizioni finanziarie ogni anno, quando si cambiano le stesse in corso d’opera, quando si prevedono nuove sanzioni per inadempienze già consumate, …; quando si vede sopprimere entrate proprie senza la garanzia di avere il risarcimento (trasferimento) corrispondente; quando si trova nell’impossibilità di sostituire nemmeno una persona che viene collocata a riposo anche se il numero di dipendenti è ridotto all’osso … “ e ancora “ Ma quale autonomia finanziaria di entrata e di spesa quando l’entrata dipende quasi esclusivamente da trasferimenti statali che diminuiscono continuamente e sensibilmente ogni anno; quando non possono adeguare le tariffe dei servizi offerti, aumentare le addizionali di propria competenza, ecc.; quando le spese possibili si riducono a quelle fisse che aumentano sempre di più, perché il personale deve essere pagato, compresi gli eventuali incrementi contrattuali; perché i consumi per l’illuminazione pubblica, degli edifici comunali, delle scuole, per il funzionamento degli acquedotti ecc. Devono essere pagati, i cui costi aumentano continuamente; quando devono contribuire a costi dei rifiuti solidi urbani delle scuole in quanto lo Stato non concorre a coprire l’intero costo …” In più il patto di stabilità imposto dal governo Prodi e riproposto dal governo Berlusconi è strutturato in modo tale che molti Comuni, tra cui quello di Motta, si troverà nelle condizioni di non poter spendere , dicendola semplicemente, i soldi che già ha. La proposta da Voi fatta è una proposta di profilo amministrativo (non organizzativo o costituzione); nel contesto caotico attuale non è perseguibile e se anche accettata verrebbe facilmente aggirata . Non solo, legare le entrate ad un’imposta statale e di per se contrario al concetto di autonomia in quanto l’autonomia non può prescindere dalla responsabilità e dalla facoltà di poter determinare le proprie entrate ed essere giudicati dai propri concittadini sulla base delle scelte operate. L’irpef è infatti un’imposta statale e le decisioni in merito (aliquota, base imponibile, accertamento ..) sono dello stato centrale. La proposta da voi effettuata non e insomma una proposta che va nella direzione di un’imposizione di tipo federale e va aggiungere caos al caos in cui ci troviamo.
Abbiamo bisogno invece di una legislazione anche fiscale che difenda le autonomie dell’ente locale e che ponga dei paletti ben precisi e non modificabili fra le competenze dell’ente Locale e quello dello Stato. Oggi gli Enti locali sono invece purtroppo in balia delle decisioni dello Stato Centrale.
Grazie alla Lega siamo alle soglie della più importante riforma dell'ordinamento dello Stato Italiano, quella federalista, che segna il superamento del regionalismo così com’è stato tradizionalmente inteso e realizzato in Italia nella piena devolution di poteri e competenze esclusive agli enti territoriali. La Lega purtroppo rappresenta soltanto l’8% dell’elettorato italiano. La questione non è tuttavia semplicemente quella di togliere a qualcuno per dare a qualcun altro, su questa direzione c’è lo scontro frontale senza possibilità di una soluzione condivisa e quindi praticabile. Bisogna riconsiderare i parametri in di base ai quali le risorse vengono distribuite, legandole più possibile al territorio e se trasferite in forza di una perequazione che dovrà gradualmente scomparire, legandole a criteri di costi standard e non sulla base dell’andamento storico della spesa. Bisogna che questi principi una volta stabiliti vengano poi difesi con un potere federale (locale) in grado di contrapporsi e bilanciare il potere centrale. Solo così sarà eliminata la schiera di questuanti che coprono la loro insipienza amministrativa cercando , con ogni mezzo, soldi presso lo stato centrale e distribuendo, quei soldi maltolti per acquisire clientele elettorali. L’Onorevole Nitto Palma ebbe a meravigliarsi vedendo che in poco meno di un anno dall’assegnazione del contributo, Via Riviera Scarpa era stata completamente riqualificata. In altre parti d’Italia questo non succede perché comunque non c’è l’abitudine di fare con i soldi che si chiedono ai propri cittadini e quindi viene a mancare l’interesse al controllo, tanto si dice “non sono soldi miei”.

In conclusione per come è formulata considero l’eventuale partecipazione all’irpef un limitato provvedimento di profilo amministrativo incapace di dare vera autonomia all’Ente Locale , un provvedimento all’apparenza semplice che risponde invece alla stessa logica di cassa con la quale lo stato centrale in questi anni ci ha gravemente danneggiato, una logica che per sua natura calpesta i diritti , è causa di iniquità e tende ad aggravare non a risolvere i problemi. Una proposta non semplice ma semplicemente superficiale e nel contempo lo considero velleitaria e controproducente in una fase in cui si sta ragionando di equità e libertà individuali da salvaguardare tramite il riconoscimento delle specificità del proprio territorio , responsabilità dei rappresentanti eletti , di responsabilità ed efficienza dell’amministrazione pubblica, il tutto consapevoli per altro di essere in Europa e in un mondo che diventa sempre più piccolo. Voi dimostrate con la vostra proposta di non aver capito e in fondo di non essere realmente federalisti.

Vicesindaco di Motta di Livenza
Graziano Panighel